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Consenso informato

Consenso informato

Il consenso informato costituisce un momento imprescindibile dell’attività medica, rappresentando l'accettazione che il paziente esprime a un determinato trattamento sanitario.

Il paziente esprime il consenso liberamente e direttamente (e non mediato dai familiari o altri soggetti), solo dopo essere stato ampiamente informato dal medico sulle modalità di esecuzione, sui benefici, sugli effetti collaterali, sui rischi ragionevolmente prevedibili e sull'esistenza delle eventuali alternative terapeutiche.

L'informazione costituisce, dunque, una parte essenziale dell’atto medico, fondandosi sui principi della Costituzione (principalmente l’art. 32 “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge” e l’art. 13 che afferma l’inviolabilità della libertà personale) e sulla Legge 833 del 1978, istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, che esclude la possibilità di effettuare accertamenti e trattamenti sanitari contro la volontà del paziente.

Il Codice di Deontologia Medica sancisce il principio generale secondo cui è vietato al medico di intraprendere attività diagnostica e/o terapeutica senza l’acquisizione del consenso del paziente preventivamente e correttamente informato, non essendo consentito alcun trattamento medico contro la volontà della persona.

Anche a livello internazionale questi principi sono stati confermati dalla Convenzione di Oviedo del 1997, ratificata dall’Italia con la Legge n. 145 del 28 marzo 2001, che stabilisce alcuni principi.

Appare, quindi, chiaro che l’informazione data al paziente costituisce parte integrante della prestazione medica. che diviene essa stessa una prestazione sanitaria, al pari dell’accertamento diagnostico e dell’intervento terapeutico.

Ogni singolo trattamento diagnostico, ogni singola terapia, ogni intervento medico non può essere effettuato se non con il valido consenso dell’avente diritto, che sia stato ampiamente e correttamente informato in ordine al trattamento cui sarà sottoposto ed ai rischi che da tale trattamento possono derivare.

In particolare nell’informativa è doveroso che al paziente sia esplicitato:

  • la situazione clinica riscontrata;
  • la descrizione dell’intervento medico e/o chirurgico ritenuto necessario e dei rischi derivanti dalla mancata effettuazione della prestazione;
  • le eventuali alternative diagnostiche e/o terapeutiche;
  • le tecniche e i materiali impiegati;
  • i benefici attesi;
  • i rischi possibili;
  • le eventuali complicanze;
  • i comportamenti che il paziente deve eseguire per evitare complicazioni successive all’atto medico.

Tutte queste informazioni devono essere rese al paziente in modo chiaro e rapportato alla sua capacità di comprensione, non solo avendo riguardo al livello intellettuale del paziente, ma anche tenendo conto del suo stato emotivo e psicologico.

Il medico, al termine dell’informativa resa al paziente, si deve sincerare che il paziente abbia compreso il tutto correttamente e solo a quel punto potrà acquisire un valido e consapevole consenso.

E’ importante che l’informativa e il conseguente consenso sia prossimo all’atto medico, perché uno dei requisiti del consenso è l’attualità.

Il paziente che abbia espresso il consenso, che vale per l'intera durata del trattamento, è libero di revocarlo in qualsiasi momento, senza che venga meno il dovere del medico di assicurare comunque le cure al paziente.

Quanto alla forma del consenso, la legge, salvo casi particolari, non richiede che esso sia manifestato necessariamente in forma scritta, ma è buona pratica acquisire il consenso in forma scritta, al termine dell’informativa resa, nei casi di una certa difficoltà o in quelli in cui si possano ipotizzare possibili conseguenze sull'integrità psico-fisica.

Casi particolari

Il paziente minorenne

La regola generale prevista dal diritto di famiglia afferma che la potestà sui figli è esercitata di comune accordo da entrambi i genitori o da un solo genitore se l’altro è morto o decaduto o sospeso dalla potestà genitoriale.

Nel caso dei comuni trattamenti medici (visite, medicazioni, prescrizioni, certificazioni) è sufficiente il consenso espresso da uno solo dei genitori, in applicazione del principio generale secondo il quale gli atti di ordinaria amministrazione possono essere compiuti disgiuntamente da ciascun genitore.

Viceversa, di fronte a trattamenti medici di maggiore importanza, come quelli per i quali è necessario acquisire il consenso scritto, è necessario l’assenso di entrambi i genitori, perché gli atti di straordinaria amministrazione devono essere compiuti di comune accordo. In questi casi, l’eventuale contrasto di opinione fra i genitori va risolto dal giudice tutelare.

Va anche precisato che il medico, a norma del Codice Deontologico, deve tener conto della volontà del paziente minorenne, compatibilmente con l’età e con la sua capacità di comprensione, fermi restando i diritti dei genitori.

Vi sono inoltre alcuni trattamenti sanitari per i quali la legge esclude l’obbligo di acquisire il consenso dei genitori, ritenendo sufficiente il solo consenso del paziente minorenne. Si tratta dei casi di:

  • accertamenti diagnostici, anche di laboratorio, e cure qualora si presentino sintomi di insorgenza di una malattia trasmessa sessualmente;
  • prescrizioni mediche e somministrazione dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile;
  • interruzione volontaria della gravidanza quando il giudice tutelare abbia autorizzato la minorenne a decidere anche a prescindere dal consenso dei genitori in presenza di seri motivi che impediscono o sconsigliano la loro consultazione o che inducano a procedere contro il loro parere;
  • accertamenti diagnostici e interventi terapeutici e riabilitativi al minorenne che faccia uso personale di sostanze stupefacenti, mantenendo l’anonimato del minorenne nell’accesso ai servizi per le tossicodipendenze.

Il paziente incapace di intendere e di volere: l’interdetto

Il paziente maggiorenne per il quale il giudice abbia dichiarato l’interdizione per infermità mentale, è rappresentato legalmente dal tutore nominato dallo stesso magistrato. Pertanto il tutore ha titolo per esprimere il consenso alle prestazioni sanitarie nell’interesse della persona assistita. In ogni caso il medico deve cercare di far comprendere la situazione anche al paziente oggetto di tutela, nei limiti in cui ciò sia possibile.

Il paziente sottoposto ad amministrazione di sostegno

Il paziente maggiorenne affetto da una infermità o menomazione fisica o mentale che si trovi nell’impossibilità, anche parziale o momentanea, di provvedere ai propri interessi, può essere affiancato da un amministratore di sostegno nominato dal giudice.

L’amministratore di sostegno, quindi, non si sostituisce al paziente, ma lo supporta e lo affianca. È opportuno che il medico acquisisca copia di tale provvedimento onde verificare se tali poteri si estendono anche all’ambito sanitario. Perché se così non è, il paziente è l’unico soggetto in grado di prestare il consenso, mentre se l’amministratore di sostegno ha il potere di intervenire per gli atti di natura sanitaria, allora il medico deve ricercare il consenso prioritariamente dal paziente diretto interessato, ma con il supporto e l’aiuto dell’amministratore di sostegno.

In questi casi, se dovesse emergere un contrasto fra la volontà del paziente e quella dell’amministratore di sostegno, il medico dovrebbe sollecitare un pronunciamento del giudice tutelare per dirimere il contrasto.

Il paziente anziano con problemi cognitivi

Nel caso di pazienti anziani con seri problemi cognitivi che possano assurgere ad uno stato di incapacità decisionale persistente o addirittura permanente, il medico, previo accertamento delle attuali capacità cognitive e colloquio coi familiari dell’assistito, potrà adire l’autorità giudiziaria per richiedere la nomina di un amministrazione di sostegno o altri eventuali provvedimenti a tutela del paziente.

Lo stato di necessità

Ricorre lo stato di necessità quando il medico si trova ad agire, mosso dalla necessità di salvare il paziente dal pericolo concreto ed attuale di un danno grave alla sua persona e l’intervento che effettua è proporzionale al pericolo che si cerca di evitare.

In questo caso il medico è autorizzato, anche senza alcun consenso, a compiere tutti gli atti che ritiene non ritardabili e necessari in modo specifico per superare quel pericolo e quel rischio.

Superato lo stato di necessità, per le successive prestazioni sanitarie occorre acquisire il consenso del paziente, ritornato capace di intendere e di volere.

Se viceversa il paziente non recupera la propria autonomia di giudizio, è possibile adire all’autorità giudiziaria.

Il ruolo del familiari nella manifestazione del consenso

In presenza di paziente maggiorenne capace di intendere e di volere, solo a lui spetta il diritto di esprimere o meno il consenso all’atto medico. I familiari, quindi, non hanno alcun ruolo, a meno che il paziente stesso non glielo riconosca. Ciò può accadere quando il paziente, per suo legittimo convincimento, non vuole conoscere niente della sua malattia e delega un proprio congiunto a ricevere le informazioni sul suo stato di salute. In questi casi il medico deve rispettare le decisioni del paziente e quindi fornire l’informativa al familiare indicato dal paziente stesso, ferma restando la raccolta del consenso dal diretto interessato.

Per quanto riguarda, invece, il paziente temporaneamente incapace o il paziente anziano con problemi cognitivi, si è detto dell’opportunità che il medico intrattenga sempre un “colloquio” coi familiari circa la situazione clinica dell’assistito. Bisogna tuttavia precisare che in queste circostanze i familiari non hanno un potere decisionale legalmente riconosciuto (a meno che il paziente o il giudice in precedenza non glielo abbia concesso) e il rapporto del medico coi familiari serve unicamente per condividere un percorso assistenziale e terapeutico, ma senza che le decisioni dei familiari siano di per sé tassative e vincolanti per il medico.

Solo in un caso la legge attribuisce espressamente un ruolo legalmente vincolante ai familiari: si tratta dei casi di manifestazione del consenso al trapianto di organi da cadavere. Infatti a norma di legge, in caso di morte del paziente e in assenza di un suo preventivo consenso all’espianto, questo può essere validamente prestato dal coniuge non separato, dal convivente di fatto o, in mancanza, dai figli maggiorenni o, in mancanza, dai genitori ovvero dall’amministratore di sostegno se presente.

Ultimo aggiornamento: 11 gen 2016